LA CRITICA

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Quando ho visto in videocassetta, registrata,La bottega all’angolo di Mario Ricotta, sono rimasto stupefatto sia per la forza poetica ed espressiva dello spettacolo così ben recitato da Roberto Burgio e Danila Laguardia, sia per l’assoluta novità di una drammaturgia ancora oggi sconosciuta ai più. Com’è possibile che tale teatro non sia ancora conosciuto e rappresentato? Per contribuire a diffondere le conoscenze intorno al teatro di Mario Ricotta, ho raccolto qui tutte le testimonianze, anche inedite, di critici e ammiratori. Ho aggiunto una nota biografica e, con il consenso dell’autore, pagine da un suo diario inedito, La mia santità, utili a spiegare genesi e forma di un teatro e di una narrativa così straordinari.Spero che questo lavoro sia di stimolo a conoscere meglio queste opere e a metterle in scena.

Salvatore Falzone


DARIO BELLEZZA

..... vivono con e per il proprio tormento, si autosezionano, si frugano ......  proiettati fuori di sé, materializzati, disindividualizzati, hanno da affrontare i problemi dei rapporti col mondo-ambiente, e con i propri simili.Distruttore di illusioni, dimostra che ognuno può costruire la propria esistenza - non una volta per tutte - giorno per giorno. Vi scorge qualcosa di più del senso del sentimentalismo, i fili del destino, e si accanisce a dipanarli furiosamente, come un furore logico che diventa pietoso pur essendo spietatamente crudele, doloroso e umano per forza di astrazione. Particolarmente entro le pareti domestiche, l'autore coglie la disgregazione dell'unità umana in una prospettiva nuova che ne rivela lo smarrimento.

Diceva Proust che l’originalità autentica non la si scorge facilmente. L'autentica originalità di Mario Ricotta, avvertito il dissidio tra la mediocrità del mondo circostante e le possibili realtà intraviste come frutto di cultura, di esperienza si nutre del pensiero filosofico che gli suggerisce la scelta degli argomenti, i mezzi per attuarli sulla scena conferendo loro il segno della novità ...... 


BEPPE COSTA

Il teatro di Ricotta (nella tradizione più completa e complessa che il 'teatro è vita') sembra volerci dire tutto come il Teatro Panico di Fernando Arrabal o il cinema di Alexandro Jodorowsky o il cinema e la pittura di Roland Topor o la narrativa di Ende (La storia infinita), il grottesco del linguaggio di Beckett, l'assurda e incantata realtà di Jonesco. Raccogliendo in sé gli elementi della fiaba, dell'allucinazione, della paura, dell'incanto, dell'assurdo. E tutto con un dialogo che non ha nulla di astruso o di contorto che rende a volte opere teatrali dignitose subito datate.

E non sembri che si vada per esempio per citazioni facendo riferimento all'intramontabile teatro dei greci, ancora oggi attualissimo, nel parlare di questo scrittore che ha saputo fondere splendidamente la cultura classica a quella contemporanea, l'ironia e il dramma della solitudine scevra da vittimismo, una conoscenza del teatro profonda che gli consente di non imitare, non ripercorrere temi già tracciati ......


DANTE MAFFIAUn dato interessante del teatro di Ricotta è la sua capacità di mixage tra cultura classica e contemporanea.Il mito trova in lui un interprete originale e si dilata fino a onnicomprendere il futuro ....….a scendere nei meandri dell'allegoria dove è possibile renderci conto dell’ampiezza dell' "apertura poetica e drammatica che sta all'origine stessa della concezione dell'opera .... ma in noi restano le immagini di fantasmi che possono 'perire", di "forme di gesti" che la dicono lunga anche sulla conoscenza di Ricotta del teatro di tutti i tempi .......E Mario ricotta si è trovato a fare i conti con un passato vicinissimo, e quando il passato è enormemente fulgido, meraviglioso, (il più vicino di tutti è quello di Pirandello) mettersi a scrivere del teatro significa per lo meno entrare in una situazione dalla quale è difficile uscire. E come se ne può uscire? La trovata? La trovata è fine a se stessa. Allora bisogna trovare qualcosa che in qualche modo continui e rompa con la tradizione che ti sta vicino. Mi pare che Mario Ricotta sia riuscito in questo intento in tutte le opere (La Bottega all'Angolo, Inferno e Paradiso, Interminabile, Fantasmi, Gli immortali, L'Orma). Le caratteristiche del teatro di Mario Ricotta sono una serie di momenti che nascono come bagliori interiori e guizzano improvvisamente fuori per cercare di cogliere la realtà e questa realtà improvvisamente diventa un'altra realtà. E' uno scatto verso certe situazioni della letteratura antica greca. Non è casuale poi che in alcune opere ci siano personaggi, nomi, situazioni che appartengono per esempio ad Apuleio o abbiano il sapore di un racconto Kafkiano........

....E a me sembra che questo gesto adeguato, con l'aiuto del regista che deve reinterpretare naturalmente i discorsi proposti dall'autore di teatro, a me pare, che Mario Ricotta sia naturalmente riuscito nel suo intento: cioè darci un teatro che ci fa ben sperare, che si approssimi, se non è già vicinissimo ad una vera e propria svolta...... 


SAFAL

..... Pur avendo ricevuto convinti consensi di critica, la produzione letteraria del Ricotta non è ancora conosciuta universalmente . Il Ricotta non è un autore che asseconda le aspettative della massa che consuma letteratura di genere. Ad un autore di tale levatura si può muovere il rimprovero di non dedicarsi sufficientemente alla diffusione delle proprie opere; ma sono lontano dal farlo. L'intensa professione di medico e psichiatra, esercitata dal Ricotta, è il luogo di una scelta fondamentale che non può alimentarsi e compiacersi della vanità dei salotti letterari, della retorica dei premi , del fascino illusorio ed effimero della ribalta, degli applausi a buon mercato. Il Ricotta è un autore in costante contatto con la malattia, la pazzia, la morte. In un simile connubio di vita e letteratura sussiste il più autentico riconoscimento di lode e affetto....... 


LUIGI REINA…. E abbia deciso di mirare, …. alla codificazione di possibili finzioni sceniche accreditantisi per il massimo di "aperture" implicite consapevolmente organizzate ….…. È evidente come l'autore abbia inteso produrre risultati che rendessero lo sforzo del suo immaginario rappresentativo nel realizzare al meglio la serie di finzioni in cui si articolano le aggregazioni tematiche di lacerti di psicologie entro situazioni fatte vivere nella sfera dei possibili ........ Opere "aperte", dunque, questi testi teatrali di Mario Ricotta. Tracce per un gioco recitativo che necessita dei suoi coautori. E come tali quanto mai rispondenti alle esigenze di comunicazione simbolica della contemporaneità ….......

. Ora a me pare che il volume di Mario Ricotta rappresenti oggi una testimonianza emblematica, consapevole tra l'altro nell'autore del ruolo che lo scrittore di teatro può svolgere appunto nell'organizzazione di un testo-canovaccio su cui poi si deve sovrapporre la decifrazione e la proposta che ne fa la compagnia teatrale. Ho la sensazione che Mario Ricotta sia partito proprio dal presupposto che scrivere e organizzare un testo teatrale significa cogliere e fissare delle situazioni e delle problematiche in parole, cogliere delle essenze e trasformarle in personaggi, ragionare su alcuni interrogativi che coinvolgono e drammatizzano contemporaneamente l'esistenza, dialogizzare il rapporto tra individui che prima di essere personaggi sono portatori di condizioni del sociale, stabilendo così un rapporto tra il personaggio, che scaturisce dalla pura invenzione fantastica, e la persona che diventa come viva sulla scena e che sulla pagina può anche agire e comunicare attraverso la testualità ma ha bisogno comunque dell'intervento e del soccorso del lettore o del fruitore in quanto la testualità rimane a un livello d'apertura.La testualità non è fissata, non è obbligatorio ricavare dal testo determinate conclusioni; queste possono variare da persona a persona che legge il testo, così come può variare l'immagine, la scena, l'ideazione del luogo, la sistemazione dello spazio nelle sue linee, la dimensione temporale… Mario Ricotta, infatti, a più riprese nelle didascalie numerose che compongono i testi drammatici, molto spesso dice: "La scena dovrebbe " intanto usa il condizionale, oppure "la scena potrebbe rappresentare…" o potrebbe essere altro. Questo personaggio è una ragazza povera, malandata, brutta oppure potrebbe essere anche un ragazzo ricco, bello, rigoglioso. E' possibile cioè rappresentare una essenza dei personaggi, è possibile che il personaggio della scena si faccia portatore di una condizione che può ritrarre contemporaneamente vari livelli sociali, vari momenti storici; non c'è una data precisa. La scena non è localizzabile né come tempo, né come luogo, né come figura, perché il teatro di Mario Ricotta tende all'universalità attraverso la strada della negazione della concretezza. Cioè un luogo è tale se è definito nei particolari minuti ed essenziali, ma rimane tale anche se è indefinito, vale a dire con un ragionamento filosofico: se è vera una certezza, sarà vero anche il contrario della certezza stessa, se è vera una condizione dovrà essere vero il suo opposto.

Mario Ricotta, bene, lavora su questo gioco degli opposti e lavora in maniera tale che arriva alla negazione stessa dell'anagrafe dei protagonisti. Se voi leggete i nomi dei personaggi di questo teatro vi trovate di fronte a nomi che non hanno nessuna connotazione anagrafica, oppure a nomi che hanno una connotazione storica. Sono personaggi moderni, ma si chiamano per esempio Mosè, Priamo, Penelope , Sara, Epicuro, Licurgo, cioè hanno dei nomi che già di per sé sono significanti, di per sé si fanno portatori di una significanza che è storica ma che ritorna in quanto viene attualizzato il personaggio stesso, portato alla contemporaneità. ( Nel tugurio, nella bottega, un basso, una piazza… cioè potrebbe tendere anche al luogo dell'utopia, al luogo che è un non luogo, come un'essenza è una non essenza). Rimane il problema dell'esistenza del personaggio, il suo dramma. Oppure vi potrete trovare di fronte a personaggi che non hanno questo referente d'ordine storico, mitologico, simbolico. Si chiamano Tri, Re, In, Qua… si chiamano in maniera anche strana: Uno, Zero, Assof, Ocub… poi: Madre, Insegnante che indica la funzione preferita alla figura del personaggio: l'essenza diviene sostanza e supera ogni possibilità di definizione. Si può concludere che sostanzialmente il teatro di Mario Ricotta è un teatro che sfrutta i meccanismi della finzione per farsi portatore di un messaggio che non è affidato all'ideologia, ma soltanto alle psicologie. I personaggi di Mario Ricotta sono delle psicologie che si muovono sulla scena, sono delle sostanze umane, sono delle ombre, sono dei fantasmi, ma proprio perché ombre, fantasmi, psicologie, appartengono a tutti quanti noi, perché parlano alle nostre fantasie, alla nostra immaginazione, alle nostre coscienze, agli incubi che sono dentro di noi e diventano e potrebbero essere personaggi di ascendente grottesco, e invece diventano personaggi da tragedia, la tragedia moderna, appunto, che è una delle strade che il teatro contemporaneo sta seguendo sull'insegnamento di Beckett soprattutto. 


CESARE SERMENGHINon esiste nell'individuo possibilità di scelta né di redenzione. La libertà è un'utopia .... Entriamo quindi nell’assurdo per questo rito inusitato, non tanto per choccarsi e sbalordirsi - anche se le due componenti sono inevitabili – quanto per agguantare e finalmente avere il filo conduttore di una ragnatela; filo che da lungo tempo ci è negato, per dipanare una trappola ancestrale : l’inconscio ....

Per cui, lo spettatore, non aduso a questo tipo di linguaggio, rimane scosso e affascinato .... 


RENATO TOMASINO.... e con una consumata abilità che perfino stupisce in un momento in cui da parte degli addetti ai lavori non si fa altro che sottolineare le difficoltà degli autori dei nostri giorni ........ tra l'immaginario e l'analisi, la fiction e la clinica, che si realizza quella "verità" drammaturgica che va oltre le intenzioni teoriche o programmatiche proprie all'epoca nostra ....

E perciò opere della fantasia e di una tensione poetica, perfino lirica, a tratti addirittura fervida .... 


GUIDO VALDINIE’ un universo chiuso, in cui gli uomini sono prigionieri di entità misteriose ....

.... universo di paura e di attesa in cambio di una condanna che non sembra più rinviabile .... 


FRANCESCO PIGAIl teatro di Mario Ricotta è in sintonia con la moderna concezione drammaturgica che, da Beckett a Bernard, a Jonesco, nega ogni senso alla rappresentazione scenica a vantaggio della polifonia dei linguaggi e di una maggiore attenzione alla scarnificazione e alla disgregazione fisica e morale dei personaggi.I personaggi dei drammi di Ricotta sono ombre di un mondo impietrito, figure piagate da angosce e disperazioni, in attese che incombono come il destino stesso, menti oscurate dalla stanchezza, forse invenzioni e fantasie nate da altri personaggi, anche loro invenzioni di altre invenzioni.

Nella consapevolezza dell'assurdità delle cose, il desiderio di reinventare la vita, di riordinare il caos, resta inappagato .... 


FRANCO FARINELLA

.... egli non fa che ricordarci incessantemente .... "che dobbiamo morire", vogliamo o non vogliamo


Lettera di Salvatore Falzone

Carissimo dottor Mario Ricotta Roma, 11.2.1999Ti comunico che oggi ho sostenuto l'esame di estetica filosofica; la parte speciale del programma era riservata all'estetica teatrale: la Poetica di Aristotele e La nascita della Tragedia di Nietzsche. Da questi testi ho preso alcuni punti per riflettere attorno al teatro.Queste considerazioni nascono anche da altre circostanze: i nostri colloqui privati, lo studio del teatro povero di Grotowski e del teatro della crudeltà di Artaud, lo spettacolo "La bottega all'angolo" dal tuo omonimo testo.Direi che l'incipit spetti all'ultimo avvenimento. La bottega all'angolo, messo in scena da Roberto Burgio nel Dicembre del 1988 ha segnato una tappa importante nella mia ricerca del teatro. L'aspetto che voglio prendere in considerazione riguarda il discorso del sintomo. Lo spettacolo mi ha colpito per via di una sospensione della trama a vantaggio del sintomo.

Non sembra esserci in effetti una evoluzione della trama, o almeno questa non è concepita come l'asse portante dello spettacolo. Credo, in base alle mie percezioni, che l'asse portante sia la dimensione dell'attesa.

Nel Giugno del 1996 viene pubblicato dalla Pellicanolibri una raccolta di " Racconti Neri e grotteschi". La prefazione è curata da F.P.Antinori.


Lettera di Beppe Costa Roma 21 settembre 92………"Ho detto già in passato ciò che penso delle tue opere, sono di notevole originalità ed il fatto che irrompono velocemente l'anima tutta ed il pensiero non vengono "inquinati" da ragionamenti e formule letterarie (noiose?) ………………………………………….……. Oltre al fatto che te ne rimani rinchiuso, giustamente a fare il tuo lavoro senza tentare carriere letterarie, mi impongono quasi a scoraggiarti a pubblicare.………..

Ciò che racconti è vivo, eccezionale, invadente…


Da "LA MIA SANTITÀ""E invece silenzio. Silenzio da dieci anni. Solo una pubblicazione di "Racconti neri e grotteschi" non ha spostato il silenzio. E invece mi è venuta voglia di non far nulla, lasciare giacere le opere, lasciare ingiallire le carte dove ho scritto inutilmente, finire i giorni senza memoria, forse senza pensare, senza alcun desiderio per sfuggire al tempo, all'ombra, alla mia ombra, alla vanità del mondo, alla sua stupidità. Voglio silenzio, mi fa paura il silenzio…"

- ( cap XXVII)



Nel Giugno del 1996 viene pubblicato dalla Pellicanolibri una raccolta di " Racconti Neri e grotteschi". La prefazione è curata da F.P.Antinori.

PREFAZIONE"Il surreale, andata e ritorno": questo è un primo pensiero estetico che pensiamo possa presentarsi nell'animo del lettore che segua con attenzione il filo dei racconti di Mario Ricotta, disposto ad affrontare tutti gli oscuri segnali e tutti gli impulsi di mistero che l'autore in modo quasi beffardo e provocatorio presenta subito alla sua mente, facendolo aleggiare in una cornice narrativa di sogno (di incubo?) e in un sostrato emotivo di favola, anche se "nera", sempre fortemente suggestiva.Ma anche questa impressione appare poi in qualche modo relativa perché, seguendo ulteriormente il libro, altre volte ci accorgiamo che il ritorno dal surreale non c'è, ovvero quello che in altri momenti era apparso come la chiave del reale, se vogliamo come la soluzione del giallo psicologico instillato in noi dall'Autore all'apertura di ogni racconto, resta ancora indefinito fino all'ultima riga, anzi forse proprio le ultime parole rilanciano il dubbio, nella sospensione dell'incertezza, e rimettono in crisi la nostra convinzione di essere ancora una volta atterrati nel razionale. E ciò quasi prendendoci in giro, comunicandoci che quello che in altri momenti chiamiamo il reale non deve essere un vizio ma è solo una modalità nella vita, per altro spesso casuale come tante altre e non sempre frutto della nostra ricerca umanamente positiva.La scomposizione dell'angoscia in singoli ragionamenti, in verifiche mentali anche di un solo attimo in certi passi dei racconti di Mario Ricotta sembra dare sollievo ora ai personaggi ora al lettore, ma si rivela praticamente aleatoria e sempre sfociante nella morte o nel dolore dopo tante incertezze, esaltazioni, illusioni, abbagli, speranze, entusiasmi e cadute di umore.IL taglio psichiatrico dato ai racconti ci conduce da protagonisti all'interno dei meandri mentali vissuti istante per istante dagli sfortunati personaggi, meandri che purtroppo per loro non portano alla salvezza ma tutt'al più all'indefinito esistenziale, se non alla fine fisica. Non c'è redenzione, non c'è salvezza in questi racconti, ma una spietata analisi e conoscenza dei meccanismi psichici, nelle loro certezze e nelle loro avventure.

Paolo F. Antinori


Io chiamerò il contenuto dei Racconti neri e grotteschi di Mario Ricotta una vera e propria dottrina. Tutto quello che vi è scritto, secondo il mio punto di vista, non è soltanto il frutto di una rappresentazione di emozioni, ma è qualcosa di più. Non è neanche un messaggio, come si suole dire in gergo, ma una dottrina: come se l'autore lanciasse un segnale. Il titolo sembra evocare Edgar Allan Poe, però , letto l'intero libro, se io dovessi paragonarne la dottrina a qualche autore moderno, potrebbe essere soltanto un autore: Rainer Maia Rilke, del quale si è parlato in termini di dottrina, non tanto di poetica .Nel caso di Mario Ricotta si potrebbe parlare di dialettica della morte. Eccone i punti essenziali, i temi conduttori. L'essenziale coincidenza di morte e vita, che comporta un sentimento nei confronti della morte, della vita cioè, di inconsistenza, inattendibilità dei sentimenti e di compenso della morte, come ciò che passa da ogni prospettiva. La dialettica della morte in sostanza ha questo significato: di sospendere il giudizio e di rendere incerto qualsiasi elemento della vita stessa. In questo sta il segnale, come se questo pensiero continuo della morte ( di attrazione e repulsione della morte) fosse non tanto attrazione ma anche un segnale che indica meditazione. La morte non è un evento casuale, ma è presente costantemente. Continuamente la morte è scambiata con la vita, continuamente è scambiata con l'altro (l'altro è la morte.)Per esempio nel racconto Autostop il protagonista incontra un soggetto non ben definibile, che, secondo me è da identificare con la morte. Il dialogo tra l'autista e l'autostoppista si rivela come la morte sul ciglio della strada. Infatti l'autista chiede: -"Come é possibile che da così lontano abbia potuto vedermi e che abbia potuto farmi segnale?" La morte in verità non è lontana, è sempre sul ciglio della strada, in prossimità dei nostri passi. Ecco perché quasi tutti i racconti finiscono con la morte, oppure con qualche cosa di cui non si capisce se sia la vita o la morte. Da qui appunto il sentimento di grottesco che si evince da una situazione che io chiamerei onirica. E' come se l'autore riferisse una realtà onirica, non secondo la logica della realtà, ma secondo una logica dove non c'è un "prima" e un "poi", un "questo" e un "altro", il "me", il "tu" e il terzo incognito.Questa struttura di comportamento triadica è presente nel racconto "L'incidente" in cui il protagonista dice:" Questi che mi seguono sono sicuramente miei amici" e però col passare del tempo non capisce più se siano suoi amici o no. E allora pensa che siano suoi nemici, e infine capisce che sono fantasmi. C'è dunque una triadicità di situazioni, nessuna delle quali è ovviamente reale, perché sono situazioni oniriche.Nel sogno accade qualche volta il passaggio da una situazione A verso una situazione non- A a una situazione C, cioè ad una situazione che va sempre più differenziandosi, dissociandosi da se stessa. Il quadro della dissociazione è presente nella dottrina di Mario Ricotta. Il problema che sta a fondo è il rapporto dell'uomo con se stesso. In un racconto c'è una battuta "Pensare è faticoso ".Se io dovessi individuare ciò che fa scattare tutta la difficoltà e la fatica dei racconti di Mario Ricotta è la ricostruzione delle anamnesi dei malati – personaggi che presentano duplicità di situazioni, dove tutto è chiaro e tutto è oscuro, ciò che è chiaro diventa oscuro e ciò che è oscuro diventa chiaro. Il punto centrale è la fatica di pensare, propria di ciascuno di noi, che nel malato di mente diventa un problema assillante, esistenziale, che decide di tutta la sua vita. E siccome il pensare è faticoso e, aggiungo, pericoloso, poiché uno non può guardare in faccia la verità e continuare a vivere felice e contento; la verità è infatti disturbante, oppressiva, esigente. Preferiamo coprire la verità e scambiarla per onestà così da renderla più accettabile perché non ci dia alcun fastidio il pensare, inteso come difficoltà di identificazioine della realtà, del mondo e degli altri. E' il punto di rottura di qualsiasi equilibrio che noi possiamo constatare in tutte le immagini, che io chiamerei oniriche, dei racconti, la cui interpretazione richiede una sorta di iniziazione, perché i personaggi spesso alla fine muoiono, scompaiono in qualche maniera o finiscono nella pazzia.Un altro tema presente nei racconti è la fuga nella pazzia. Nel racconto " Il Bambino e il Barbone ", un bambino che vive un forte disagio familiare s'affeziona ad un barbone fino ad essere emarginato dalla società. Il bambino, contaminato dal pungolo del pensare, non può più essere seguito dalla società, cosi come è organizzata, un po' falsamente, un po' surrettiziamente. C'è una specie di duplicità della realtà: da un lato c'è un uomo che vive con la sua malattia, i suoi sentimenti, i suoi dolori, i suoi misteri, da un altro lato c'è la pretesa del mondo, dell'altro di entrare nello schema di vita di un uomo. Nessuno può entrare nello schema. I personaggi dei racconti declinano con la battuta: " Si vede che è malato…si vede che era il suo momento…si vede che aveva "qualcosa" in testa". Il- si vede- esprime l'opinione, la doxa, rispetto alla verità, l'aletheia. La doxa non sfiora l'identità del personaggio stesso. Ora potremmo dire così: tutte queste rappresentazioni ed espressioni narrative sono delle diagnosi, non nel senso tecnico della psichiatria, ma diagnosi esistenziali, nel senso che la diagnosi va applicata a tutti in modo indifferenziato, non solo all'ebefrenico . Le battute riferite sono proprie di tutti i racconti.In "Il treno che sbagliò binario" c'è la stazione e non c'è la stazione; la stazione è reale, la stazione è irreale. In questo racconto c'è forse tutta la dottrina di Mario ricotta. C'è la finzione e c'è la realtà; ora i due termini si equivalgono, ad ogni proposizione vera corrisponde una proposizione falsa, per ogni verità c'è una falsità. I due termini si equivalgono e sono altrettanto reali. Nel suddetto racconto non si capisce come i passeggeri siano arrivati a destinazione, siano vivi e morti contemporaneamente. Come è possibile che siano vivi e morti contemporaneamente? C'è una perfetta identificazione tra la vita e la morte. La morte non è un fatto a sé, staccato dalla vita, ma è presente nella vita; la morte fisica è un fatto apparente. E' come se uno fosse morto , o vivesse sempre la morte e a un certo punto scoprisse che la morte è un fatto esterno, visibile agli altri. Per esempio il racconto "Il delitto" . Una donna, una prostituta, è stata assassinata: il medico che esprime il necessario dal punto di vista autoptico, è come se vivesse una sensazione plastica della morte; e tuttavia è come se la morte della donna non consistesse nell'essere stata uccisa, ma fosse appunto la sua vita la sua morte, come se la sua vita fosse la vita della morte, la quale morte si è poi verificata oggettivamente durante un convegno amoroso. La morte di questa donna non è uguale alla morte di tutti gli altri che muoiono e impazziscono, ma il diventar pazzi e il morire è il concretizzarsi oggettivo e reale della vita interna di colui che diventa pazzo, senza che questo significhi che la vita interna del pazzo sia assolutamente diversa dalla vita interna di colui il quale prima pazzo non era. Il pazzo, lo schizofrenico è colui il quale ha come la consapevolezza che la vita e la morte sono identiche, come se egli vivendo vivesse la propria morte e morendo vivesse la propria vita. In sostanza, la morte o la pazzia sarebbero la verità della sanità e la verità della pazzia; cioè non esiste una sanità, esiste la pazzia, che è la sanità della cosidetta pazzia. Così come non esiste la morte o la vita, ma la morte è come se fosse la verità della vita. Mario Ricotta è stato sincero con la realtà: ci ha detto che la realtà è di questo genere.Noi siamo abituati normalmente a dividere la vita diurna dalla vita notturna o onirica. Non c'è "Questa è la vita diurna- e- questa è la vita notturna".- Tempo addietro ho sostenuto questa teoria , dal punto di vista filosofico, e non della rappresentazione estetica: c'è una perfetta coerenza tra vita diurna e vita notturna, soltanto che le logiche (la logica diurna e la logica onirica) seguono scansioni diverse, ma ciò che corrisponde alla vita onirica è uguale a ciò che corrisponde alla vita diurna, soltanto che una convenzione ci fa ritenere che la vita diurna sia diversa, dal punto di vista del significato, dalla vita onirica. Come un paziente che in analisi durante la vita diurna rappresenta ciò che poi rappresenta nella vita onirica, soltanto che non ha il coraggio di affrontare la verità della vita diurna che è la vita di quella notturna.Noi cerchiamo sempre di rimuovere il tarlo del pensare, ma non riusciamo a distruggerlo. La cosa migliore dunque è togliere alla vita la fatica del pensare, con la speranza di togliere il pensare, senonché cadiamo nella malattia. Ovviamente quanto detto viene rappresentato in maniera altamente poetica, in maniera che il distacco dello scienziato è al servizio dello scrittore, il cui risultato è la poeticità dei racconti; e, pure, un elemento di rasserenamento, come se l'autore convincesse il lettore che non c'è da preoccuparsi se la notte è sempre in agguato, perché questa è la realtà, e che poi dobbiamo convivere con questa realtà. Certamente il libro ha questo merito che agli occhi nostri è impagabile, di essere un libro di poesia.Quel che rimane non è lo sconcerto e il disorientamento, pure presente, ma un sentimento di abbandono, di dolcezza, pur tra le cose terribili che certe volte vengono dette.

Paolo Polizzi


Anche in questi racconti (dal titolo in verità poco consono a rivelare il profondo tema narrativo) giganteggia, con la costanza di una pendola che batte rintocchi, ogni giorno, di una invincibile angoscia esistenziale, l'incubo della morte che aleggia ogni istante della vita attorno all'individuo (quasi sempre ignaro del momento in cui essa lo coglie). Così, si trasformi questa donna velata nell'incidente ferroviario o stradale, nell'arresto cardiaco o nell'ictus cerebrale, sembra ricordarci l'autore che ogni scusa è buona per morire, senza differenze ( e di questo ci possiamo consolare) tra ricchi e poveri, belli e brutti, giovani e vecchi. E per ricollegare idealmente Ricotta a Schopenhauer, laddove le vittime di un incidente ferroviario raffigurate in statue di marmo per la successiva commemorazione, può soltanto apparire come il misero tentativo umano di conferire la dignità della tragedia alla goffa commedia che più spesso rappresentiamo.

Franco Farinella


Dal Giornale di Sicilia del 16\10\1996

Mario Ricotta—Racconti neri e grotteschi

Un vecchio, come un novello Birdy, si lancia nel vuoto per affermare volando la sua libertà; i passeggeri di un treno arrivano sgomenti a una stazione deserta; un medico, dopo la propria morte, vive pochi istanti fuori dal corpo. Nonostante il titolo evochi Poe come nume tutelare, questi racconti non appartengono alla letteratura "nera" bensì a una narrativa dello straniamento che allarga la credulità del lettore a mano a mano che sposta i confini della quotidianità.

Arturo Grassi


Recensione di Roberto Mistretta pubblicata sul giornale "La Sicilia" e poi su "Progetto Vallone"E' stato pubblicato nei giorni scorsi da una casa editrice romana col patrocinio dell'amministrazione comunale l'ultimo libro dello scrittore psichiatra Mario Ricotta, drammaturgo di fama già autore di altre opere quali "La risposta", "Colei che sbadiglia ovvero il quadro e il buco", "La Macchia", "La fessura", "Applausi impossibili", "Il Bacio", "Il falò", "Teatro", una raccolta di sei opere teatrali.Una sua opera teatrale, "La bottega All'angolo" alcuni anni addietro venne anche messa in scena in prima assoluta da una compagnia di Palermo.Il nuovo volume dato alle stampe raccoglie una serie di racconti brevi, storie comuni dentro cui lo scrittore trascina il lettore, coinvolgendolo, lo avvinghia quasi con forza sprofondandolo nei drammi umani con i quali ci si confronta ogni giorno e che lui, di professione psichiatra, esperto conoscitore dei segreti della mente, scandaglia con disincanto quasi brutale, dando spazio e liberando quella parte oscura racchiusa nel profondo di ogni essere umano.Una parte che fa paura induce a riflettere sulla condizione di essere umano sulla scia del Pascaliano pensiero: "desideriamo la verità e non troviamo in noi se non incertezza. Cerchiamo la felicità e non troviamo se non miseria e morte. Siamo capaci di non aspirare alla verità e alla felicità, siamo incapaci di certezza e di felicità. Tale aspirazione ci è lasciata sia per punirci sia per farci sentire da dove siamo caduti".Mario Ricotta sa come rendere ancora più incerto e dubbioso il lettore, lo introduce nella storia immedesimandolo nei vari protagonisti, con consumata perizia. Le prime pagine di ogni racconto volano via tracciando le linee di un dramma di cui si ha appena sentore, un giallo, un prete che combatte contro il male che aggredisce nottetempo la sua chiesa devastando le sacre reliquie sino a quando non si scopre che è lui l'autore dello sfacelo. Oppure ancora il treno che sbaglia binario, i viaggiatori desiderano tornare indietro ma non possono più, sono tutti morti tranne uno, colui che narra, il convoglio ha deragliato, la tragedia. Oppure ancora l'uomo in attesa di qualcosa di unico, di importantissimo, la sua morte.

Ricotta sicuramente non è uno scrittore allegro, ha una visione del mondo pessimistica…

Roberto Mistretta


Presentazione del libro Racconti Neri e Grotteschi a cura del prof. Messina Giuseppe, scrittore.Si potrebbe parlare di molte cose facendo tanto rumore ma io voglio soltanto dedicare quattro parole al mio amico Mario.Nel silenzio e nel torpore della cultura che a me pare sia durato lunghi anni prima del risveglio di questi ultimi tempi, Mario è stato di stimolo per molti nella nostra comunità. Ci siamo spesso incontrati idealmente nel promuovere il nuovo, il rivoluzionario, lo scandaloso, l'incomprensibile, l'assurdo. Quante volte ci siamo interrogati su ciò che attualmente pervade l'animo umano chiuso e prigioniero a volte della sua stessa deprimente angoscia di vivere. Mario ha saputo cogliere il quotidiano nei suoi "Racconti Neri e Grotteschi", dove il protagonista sembra essere la patologia del personaggio il quale appare vittima di se stesso.Lo snodarsi degli avvenimenti appare surreale e ciò che accade sembra frutto delle attese sia del protagonista che del lettore, colti dal narratore in un momento di complicità. La forma è sobria, asciutta, adeguata alla drammaticità degli avvenimenti. Nulla è lasciato al caso. Ogni parola si muove dentro e accanto alle altre come ingranaggio della macchina della vita che poco o nulla lascia nelle mani del libero arbitrio.

L'autore s'è lasciato dietro l'angolo sicuro del già noto, del certo, di quello che io chiamo i modelli culturali del rimacinato e si è lanciato verso l'incerto, verso i pericolosi abissi delle profondità dell'inconscio facendo affiorare maniacali desideri di vivere che sono nascosti in ciascuno di noi. Egli sa leggere dentro l'uomo. Può anche darsi che la sua sia una lettura di parte, ma nulla può togliergli il merito di riuscire a dare valenza universale a quotidiani fallimenti. Mario ha osato percorrere vie impervie, io sono certo, il mio è un augurio, che la via intrapresa, per quanto tortuosa possa apparire, lo porterà lontano.

Giuseppe Messina


Lettera di Nic Giaramita Maggio 1999Ho letto, finalmente, le tue opere. E' stato come se una forza potente e misteriosa m'avesse spinto per una galassia della quale sconoscevo l'esistenza, ed in effetti, senza tanto "per assurdo" è stato veramente così; se dovessi dare un giudizio del tuo teatro, e per ora mi fermo ad esso, direi, o lo denominerei : "Teatro dell'assurdo ma non troppo".…….Devo ammettere che la parola da te usata serpeggia per i tortuosi percorsi di un alambicco; l'essenza che ne esce fuori è fortemente amara traducendosi, attraverso un gioco esasperante di metafore e simbologie, nella constatazione della morte dell'illusione.Ambiguo ed illusione come beatificazione dell'assurdo, mistificazione di una realtà alienante, coscienza di un nemico non decifrabile, forma più che materia ma capace di sommergere e distruggere anche il più scaltro e navigato; si respira aria di suicidio. Qui mi sovviene, per opposti contenuti, "La grande abbuffata" di Ferrer e "Cuore di cane" di Bulgakov. Insomma non è "la comedie humaine " di balzacchiana memoria bensì "la commedia dell'inconscio" di Schimdt nel suo trattato sull'"arte del visibile":L'illusione vive la sua eterna giovinezza nell'esasperare la mente che la fagocita; per questa via, abbandonando l'incomunicabile, s'incammina verso l'alienazione.La fisicità della vita è una scoria. Gli elementi che tengono in essere detta vita sono la paura, il bene, il male, il piacere, l'illusione, la libertà, il dubbio, l'incertezza, l'amore, la facoltà di perdonare, l'amicizia, lo stesso inferno e paradiso , non il purgatorio che è dei falliti, stanno alla vita come la follia sta alla ragione, e sappiamo quanto sottile è la linea di demarcazione tra questi due eterni elementi.Tutte le opere rappresentano il situarsi sul ciglio di un burrone senza fondo attraverso un gioco sapiente tra eros e sensualità, esasperazione e misura, pedofilia e sacra deificazione del bimbo, madre nella sua emblematicità e madre/ amante/ fattrice nel suo eterno gioco semiramideo e da araba fenice (la morte falcia, la madre rimanda in essere).Così è.Nella tua "facoltà di Parola" il ciclo esistenziale non ha più alcun senso.

Nic Giaramita Trapani I6/04/99


Da qualche tempo Roberto Burgio , nei paesi che lo richiedono, propone una sua lettura di brani di opere teatrali e di racconti di Mario Ricotta. "Voglio testimoniare" dice Burgio "il mio profondo coivolgimento d'uomo di teatro e le mie emozioni nel leggere i testi di Mario…E' l'essenza di quello che è il mistero di esserci, dell'essere umano l'oggetto di studio e di indagine di Mario nel suo essere scrittore. E Mario ci riesce in modo particolarmente efficace: va dritto dentro il problema, sicuramente aiutato dall'essere psichiatra. Però si sbaglia chi pensa che è lo psichiatra che scrive!…. Particolarmente inquietante è quello che scrive…"